L’affido

mercoledì 17 ottobre ore 21.15

di Xavier Legrand
Francia 2018, drammatico, 90 min.
con Denis Ménochet, Lea Drucker, Thomas Gioria, Mathilde Auneveux

– L’inferno con lieto fine: imparare a stare lontani da legami e uomini tormentati. Odierno.

Divorziata da Antoine, Miriam vorrebbe ottenere l’affido esclusivo di Julienne, il figlio undicenne. Il giudice incaricato del caso decide invece per l’affido congiunto…

Valutazione pastorale della Commissione Nazionale Valutazione Film della CEI: Ammessi subito in un’aula di tribunale, siamo chiamati ad assistere alle motivate argomentazioni che mettono di fronte i genitori e i rispettivi avvocati. Da un lato la mamma, Miriam, cerca di ottenere l’affido esclusivo di Julien, il figlio undicenne; dall’altro il padre, Antoine, riesce ad ottenere dai giudici l’affido congiunto. Nel prologo, di taglio prettamente giudiziario, si gettano le premesse per tutta la successiva vicenda de “L’affido”. Il film, di produzione francese, è destinato a suscitare attenzione e smuovere pareri contrastanti all’interno di una polemica mai abbastanza affrontata quale quella del trattamento sottilmente violento sui bambini, figli di genitori separati. Risultato di una profonda attenzione sul lavoro di giudici, avvocati, poliziotti, lavoratori sociali, il prologo chiarisce bene come il regista si sia attestato sulla precisa volontà di essere stringato, sintetico, essenziale. Dopo quel momento il racconto corre spedito verso una sorta di precipizio narrativo rapido e inarrestabile. In effetti il vero protagonista, in negativo, è Antoine, o meglio Antoine e il figlioletto Julien: è tra loro due che si apre una sorta di sfida a colpi sempre più sottili di psicologia e di pensieri non detti. Il silenzio, nella parte centrale, assume un ruolo sempre più determinante, perché spacca la linearità del rapporto padre/figlio e obbliga a lasciare tutto fermo, in attesa di una esplosione che crea tensione e forte suspence emotiva. Sono questi i frangenti in cui la regia scandisce con decisione e incisività il crescere di aggressività da parte del padre, di tremori e paure da parte dell’adolescente. Un sentirsi debole e indifeso che causa l’allentamento della resistenza (ad un certo momento Julien è costretto a rivelare dove vive la madre) fino all’esplosione in un pianto liberatorio che significa la fine delle difese proprie della piccola età. Si acutizza il male di vivere dell’uomo incapace di mettere in campo la ragione e dare purtroppo libero sfogo alla follia. La perfetta distribuzione degli elementi stilistico/formali contribuisce non poco a creare quella omogeneità che costruisce la solidità del racconto. Se quello di Antoine, interpretato da Denis Menochet, è un personaggio inevitabilmente ‘antipatico’ e destinato a essere odiato dallo spettatore, anche gli altri, dal bambino Thomas Gloria alla mamma Léa Brucker, si segnalano per rigore e forte realismo. Film duro, stringato, essenziale e impeccabile. Dal punto di vista pastorale, il film è da valutare come complesso, problematico e adatto per dibattiti.

MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA: Leone d’argento per la migliore regia e Leone del Futuro – Premio Venezia opera prima “Luigi De Laurentiis”