MR. OVE

(En man som heter Ove) di Hannes Holm
commedia, Svezia 2017, 116 min.
con Rolf Lassgard, Bahar Pars, Filip Berg

Ove è un burbero vedovo cinquantanovenne, un tempo presidente dell’Associazione dei condomini del villaggio in cui vive, che sorveglia con piglio poliziesco tutto il quartiere. Quando viene mandato in pensione dalla Saab, dopo 43 anni di lavoro, finisce per causare ancora più ostilità nel vicinato. Ce l’ha un po’ con tutti: con chi parcheggia l’auto fuori dagli spazi appositi, con chi sbaglia a fare la raccolta differenziata, con un gatto che continua a fare la pipì davanti alla sua abitazione. Ma all’arrivo della nuova vicina di casa, iraniana, sposata, madre di due figli e in attesa di un terzo, la sua vita cambierà…

Tratto dal best seller di Frederik Backman L’uomo che metteva in ordine il mondo, candidato agli Oscar come miglior film straniero e vincitore all’European Film Award, Mr. Ove, scritto e diretto dallo svedese Hannes Holm, è una commedia umana, umanissima, che segue il classico itinerario di reinserimento sociale di un individuo partendo dalla sua estraneità relazionale. Un “ritorno alla ragione” che trova proprio in quelle “imperfezioni” altrui, tanto biasimate, la molla necessaria alla riscoperta di sé. Nulla di nuovo, dunque, nel film di Holm, ma tutto ben shakerato, avanti e indietro nel tempo con didascalici flashback: dietro l’irrequietezza del protagonista si nasconde una tenerezza non placata, nella sua ossessione al rispetto delle regole si cela un candore infantile niente affatto evaporato. Mescolati in una centrifuga narrativa mai davvero cinica e aspra, sempre aperta alla vita, anzi, anche quando il desiderio di farla finita per ricongiungersi all’amata moglie Sonia, morta da poco, sembra per lo scorbutico pensionato l’unico dovere da compiere, i (buoni) sentimenti sono il mezzo e il fine stesso di Mr. Ove, ulteriore testimonianza di quel cinema nordico che sa bilanciare con temperata, laconica ironia i vapori fumosi della disperazione, come nei film di Aki Kaurismäki, Dagur Kàri e Bent Hamer, attingendo allo stesso retroterra culturale del cinema dei connazionali Roy Andersson e Ruben Östlund, sebbene con tonalità meno surreali del primo e con minor profondità esistenziale del secondo. In ogni caso, se i dialoghi, talvolta pungenti, sorreggono una regia placidamente convenzionale, il doppio sguardo, comico e drammatico, con cui Ove osserva il mondo lascia trapelare riflessioni del tutto contemporanee: il ruolo “pacificatore” che possono giocare gli stranieri regolari in una società alla deriva, animata da vane smanie di controllo multietnico, e la spersonalizzazione della burocrazia dei “colletti bianchi”, prigioniera delle sue stesse asfissianti regole.            Paolo Perrone, saledellacomunita.it